Il mito di Narciso: significato, simbolismo e attualità del racconto greco
La storia di Narciso è un racconto simbolico sull’identità, l’illusione dell’immagine e il rischio di perdersi nel proprio riflesso. Si tratta di un mito greco dal forte valore attuale.
Come per tutti i miti, esistono diverse versioni della vicenda di Narciso. Una proviene dai Papiri di Ossirinco, una grande raccolta di frammenti manoscritti tra cui figurano poesie di Pindaro e di Saffo, commedie di Menandro, opere di Sofocle ed Euripide e altro ancora. Abbiamo un'altra versione nelle Narrazioni di Conone, grammatico e mitografo greco del I secolo a.C. La più nota è quella di Ovidio, contenuta nelle Metamorfosi. Segue quella di Pausania dalla sua Periegesi della Grecia. Ci sono differenze importanti tra la versione ellenica del mito di Narciso e quella romana. Nella prima, Narciso respinge lo stesso Eros che si era innamorato di lui e costringe Eco a trafiggersi con una spada. La ninfa provoca la punizione divina che porta Narciso ad uccidersi con la medesima arma. Ovidio fa entrare in scena la dea Nemesi che origina la punizione per Narciso dopo che la ninfa Eco si è trasformata in sola voce perché affranta dal dolore del rifiuto.
Il mito di Narciso è senza ombra di dubbio uno dei racconti più densi e universali della tradizione greca. Dietro una vicenda tutto sommato semplice si cela una riflessione profonda sull'identità, sull'illusione dell'immagine e dell'apparenza e sul rapporto dell'uomo con sé stesso. Non possiamo considerare la vicenda di Narciso come un mito che parla di vanità in senso superficiale. Esso affronta un argomento più profondo come la mancanza di conoscenza interiore.
Narciso infatti non ama davvero sé stesso ma un riflesso. Il suo errore non è l'autocompiacimento, più che altro l'incapacità di riconoscere ciò che vede. L'acqua, elemento di passaggio e di verità, diventa uno specchio ingannevole. Ciò che appare reale non lo è, e proprio questa confusione tra essere e apparire conduce alla dissoluzione dell'io.
Cosa suggerisce il mito? Che l'identità costruita unicamente sull'immagine è fragile e volubile. Narciso esiste solo finché si guarda. Quando tenta di possedere ciò che vede, tutto svanisce. È una metafora potente del desiderio che si racchiude su sé stesso, incapace di entrare in relazione con l'altro e con il mondo. Narciso, se ben ci riflettiamo, non muore per amore di sé, ma per isolamento. Uno stato che dimostra una profonda insicurezza e l'incapacità di avere una propria identità ferma proprio perché manca in confronto con gli altri. Precedentemente alla sua morte, Narciso era stato colui che aveva rifiutato ogni tipologia di rapporto con gli altri, costringendo la ninfa Eco a darsi la morte, o con una spada (versione ellenica) o struggendosi nel dolore (versione romana).
In gran parte dei miti greci, ritroviamo poi una tematica importante e ricorrente: quella del limite. Ignorare il proprio limite equivale a rompere l'armonia cosmica del mondo. Narciso non accetta il confine tra soggetto e oggetto, tra chi osserva e l'immagine osservata. La sua punizione è originata dagli dèi (Nemesi nello specifico) per il tragico epilogo della ninfa Eco, ma si snoda come conseguenza naturale di una frattura interiore: chi non riconosce sé stesso è destinato a perdersi.
La trasformazione finale nel fiore non è solo una fine, ma una cristallizzazione simbolica. Narciso diventa immobile, eterno, bellissimo, ma privo di coscienza. È l'immagine pura, ovviamente svuotata di vita. Un monito antico che parla ancora all'uomo moderno, immerso nella cultura dell'apparenza, dello specchio e della proiezione di sé.
👉 Per conoscere il racconto completo del mito di Narciso, nella versione di Ovidio, ti invito a guardare il video allegato, puntata del mio format "La Voce degli Dèi".
Articolo a cura di Andrea Contorni
Giornalista e divulgatore culturale.
Approfondimenti, libri e progetti su → andreacontorni.com
Approfondimenti, libri e progetti su → andreacontorni.com
- "Le metamorfosi" di P. Ovidio Nasone. Einaudi (2015);
- "I miti greci" di Robert Graves. Longanesi (1992).

Commenti
Posta un commento