lunedì 22 febbraio 2021

Orfeo ed Euridice, l'amore impossibile

Il dipinto "Orfeo ed Euridice" è di Catherine Adelaide Sparkes (1842-1910)

È un mito struggente, universalmente conosciuto e raccontato da tanti, tra cui Virgilio nelle Georgiche e Ovidio nelle Metamorfosi. Orfeo, figlio della Musa Calliope e del re tracico Eagro, viveva tra i Ciconi, una selvaggia tribù di Tracia. Orfeo era un eroe. Egli non combatteva con spada e scudo ma con l'arte del canto e col suono della lira.

Orfeo dominava la Natura, incantava le fiere e persino gli alberi e le pietre lo seguivano con devozione. Orfeo con la sua Arte era il pupillo di Apollo. Orfeo era in simbiosi con la Natura perché devoto anche a Dioniso. Entrambe queste divinità segnarono il suo destino infausto, perché l'uomo non deve mai credersi un dio e assumerne le prerogative.

Tornato dalla spedizione degli Argonauti, Orfeo sposò la bella ninfa Euridice. Un giorno, inseguita dal pastore Aristeo che voleva farla sua, la fanciulla incappò in un serpente che la morse al piede. Ella morì. Non deve sfuggirci un primo particolare importante: Aristeo è un figlio di Apollo. Orfeo non si rassegnò alla morte dell'amata.

Orfeo era consapevole che nessuno poteva resistere al suo canto, neppure le creature dell'Oltretomba. E vi discese. Incantò Caronte, placò il rabbioso Cerbero, fermò la ruota del supplizio di Issione e giunse al cospetto di Ade e di Persefone. La musica fece riaffiorare nella Dea i sereni ricordi della sua vita prima che Ade la rapisse.

Fissò Orfeo e si commosse. E persino il duro Ade cedette alla richiesta dell'Eroe, quella di ritessere il destino della sfortunata Euridice. «E sia. Accolgo la tua richiesta Orfeo a una condizione: la tua sposa ti seguirà ma tu non dovrai mai volgerti finché entrambi non sarete giunti alla luce del sole!» sentenziò Ade. La via del ritorno fu aspra. Un fioco chiarore annunciava l'uscita dal Regno dei Morti.

Orfeo accelerò il passo e quando fu toccato dai raggi del sole, si voltò impaziente. L'ombra di Euridice, indebolita al piede dalla mortale ferita, non aveva ancora raggiunto la luce. Orfeo si protese per afferrarla ma catturò soltanto l'impalpabile aria. Euridice fu risucchiata nelle tenebre. Per sempre. La vendetta di Apollo nei confronti dell'uomo che aveva osato dominare la Natura col suo canto, era compiuta.

Purtroppo Orfeo incorse anche nell'ira di Dioniso. Si narra che l'eroe, persa Euridice, rinunciò all'amore di altre donne. Iniziò gli uomini di Tracia a nuovi misteri, innamorandosi del giovane Calaide. Inoltre, forse per farsi perdonare da Apollo, smise di onorare Dioniso, dedicandosi unicamente al culto del Dio del Sole e della musica.

Dioniso incaricò le Menadi di far vendetta. Esse massacrarono tutti gli uomini mentre erano nel tempio di Apollo. Infine si accanirono su Orfeo, facendolo a pezzi. La testa dell'uomo fu gettata nell'Ebro e giunse, cantando, sull'isola di Lesbo. Qui, protetta da Apollo dalle brame di un serpente, fu posta nella grotta di Antissa sacra a Dioniso col potere di proferire oracoli.

Curiosa la disputa tra le due divinità con ancora Orfeo al centro della vicenda. Apollo, in collera con Dioniso per la scarsa affluenza dei fedeli ai suoi oracoli di Delfi, Grinio e Claro, intimò alla testa di Orfeo di smetterla di interferire col suo culto. E la testa da quel giorno tacque. Per quanto riguarda lo spirito di Orfeo, questo raggiunse l'Ade. Trovò Euridice nei Campi delle anime beate e al suo fianco prese a passeggiare... per l'eternità.

A cura di Andrea Contorni

La ballata di Orfeo. Di Marco Cecini.

Un triste canto piange la lira
lacrime dalle pizzicate corde,
la memoria al passato rimira
mentre Orfeo il labbro si morde.

Suono che dice ciò che il cuore sente,
suono che più non può dirsi felice.
Solo conosce un dolore struggente,
da che tolta gli è stata Euridice.

Talvolta incauto il cuor suo vola
alla dolcezza della morta sposa;
Sulla promessa che mai sarà sola
a tratti il ricordo fresco si posa.

“Tieniti caro questo giuramento:
mai seccherà del nostro amore il seme,
giuro che mai passerà un momento
che non veda me e te stare insieme”.

Le si rivolse con queste parole
ed ella era di colpo arrossita;
trascorse ora son due stagioni sole
da quando gli dei a lui l’han rapita.

Mentre fuggiva la colse la morte,
poiché braccata da brama bestiale,
non le riuscì d’evitar la sua sorte:
sacro s’infranse il vincolo nuziale.

Stesa sull’erba Euridice pensava
teneramente al volto dello sposo,
ed assai lieta d’essere schiava
d’un sentimento tanto gioioso.

Così la vide il dio agreste Aristeo,
nuda, bellissima in mezzo alle foglie;
e nell’assenza del marito Orfeo,
credette soddisfar le proprie voglie.

Quando del dio la ninfa s’accorse,
nella fuga si gettò impaurita;
cadde in terra e un serpente la morse,
in un colpo prendendole la vita.

Giunto Aristeo e vedendola morta,
al cuor sentì montargli la pietà;
mentre Euridice varcava la porta
del triste eterno regno d’aldilà.

Ignaro la sera tornò a casa Orfeo,
sperando riabbracciar l’amata moglie;
ma presto scoprì che un destino reo
di lei lasciava solo fredde spoglie.

Grida straziate, pianto triste e mesto,
nella lira sfoga il proprio dolore;
urla la rabbia di chi troppo presto
perduto ha sogni, vita e amore.

A quelle note si commosse il cielo,
lacrimò pioggia e tuonò parole;
s’oscurò chiudendosi in nero velo
per rendergli omaggio un pietoso sole.

I fiumi, i boschi, come ogni animale,
dolenti espressero il proprio cordoglio.
Tutti sapevano che non ha eguale
la pena d’un cuore d’amore spoglio.

Ricorda Orfeo ma non s’arrende al fato,
riavere vuole la giovane moglie.
Per riprender ciò ch’Amor gli ha dato
decide di varcar l’infere soglie.

Mai sopito amor impavido spinge
il bel cantor fin dentro all’Averno;
di non aver paura solo finge,
ché tutto lì è un crudo inverno.

Mentre le fosche contrade attraversa,
innumere anime guardano a lui.
Son coloro che ogni gioia han persa,
che gementi attendon giorni bui.

Ma di loro ormai Orfeo non si cura,
contro pietà egli erge lo scudo
di chi per altro tien premura.
Amor così lo rende agli altri crudo.

Quando infine al trono d’Ade arriva,
non al dio ma alla moglie si volge:
“O regina dell’anime defunte, diva,
morto non son eppur per queste bolge

vaga il mio cuore in cerca di speranza.
Rendi Euridice che morta qui giace
al marito che starne non può senza.
Musica vi do in cambio, se vi piace.”

Soave melodia soffusa accompagna
quella straziata ultima preghiera;
un rivo di lacrime puro bagna
il viso del dio dalla nera criniera.

In un attimo Averno muta in Eliso,
più non soffrono i dannati, ora beati.
Nelle tenebre schiarisce un Paradiso,
e più non rimpiangono d’esser nati.

Toccandosi la dea i capei biondi,
al fosco marito volge il discorso:
“Amor così diviso fra due mondi…
ricordi? Non molto tempo è scorso

da che noi avemmo una stessa guerra.
Era possibile al re dell’Inferno
amar Persefone della Terra?
No…pur ci giurammo amore eterno”.

“Triste storia richiama il mio ricordo,
questi due ci son simili, amore mio.
Non rimarrò al loro appello sordo,
pietoso sa essere il mortifero dio.

Và, cantore, e ti segua Euridice.
Ma voglio che le mie parole ascolti:
mai più con lei potrai esser felice,
se prima dell’uscio a guardarla ti volti”.

Pronto già per il lieto ritorno
sorridendo Orfeo le parole ascolta;
ma beffardo destin prima del giorno
infelice il farà ancora una volta.

Passo dopo passo il cuor gli freme,
il dio della morte non l’ha preso in giro.
Dalla salita affaticata geme
dietro lui la moglie, n’ode il respiro.

Voltarsi allor vorrebbe il poveretto,
ché per la moglie gli scoppia il cuore.
S’avvera così quel che il dio ha predetto,
tradito è Orfeo dal troppo amore.

Timida accenna Euridice un sorriso,
ma subito Orfeo inorridito arretra:
fino alle soglie del tenero viso
il corpo di lei si tramuta in pietra.

“Il troppo amore ha tradito entrambi,
nemmeno tenderti le braccia posso.
Se solo saprò che il mio amor ricambi,
non così tristo sarà questo fosso.”

Alle parole dell’amata moglie,
scoppia il cantore in un pianto cupo.
Di gettar decide le proprie spoglie
nel profondo abisso d’un fero dirupo.

Lì il suo corpo divorano le Furie,
e in pezzi gli riducono le membra.
Accanisce su Orfeo le sue ingiurie
un destino che odiar l’amore sembra.

Note e bibliografia:
  • Il dipinto "Orfeo ed Euridice" è di Catherine Adelaide Sparkes (1842-1910).
  • "I Miti Greci" di Robert Graves. Longanesi Editore (2018).
  • "I Miti dei Greci e dei Romani" di Tersilla Gatto Chanu. Newton & Compton (1997).
  • La poesia "La ballata di Orfeo" è di Marco Cecini - profilo autore su Facebook.