Clelia, ostaggio di Porsenna

Il dipinto "Cloelia e le sue compagne scappano dagli Etruschi" è di Frans Wouters (1612-1659)

Ammirato dal valore di Orazio Coclite e dal coraggio di Muzio Scevola, il lucumone etrusco Porsenna aveva deciso di togliere l'assedio a Roma e scendere a patti di pace. In cambio pretese come ostaggi dieci fanciulle e dieci ragazzi scelti tra le famiglie più nobili dell'Urbe.

Clelia era sempre stata una ribelle, una ragazza fiera e determinata la cui famiglia, di antichissima origine, discendeva da Clelio, uno dei compagni di Enea. Quando il corteo degli ostaggi giunse, scortato, al campo etrusco sulla sponda del Tevere, Clelia notò che vi regnava un gran trambusto. I soldati erano intenti a smontare le tende e a preparare i bagagli per l'imminente partenza.

Un attimo di distrazione delle guardie e Clelia, trascinando con sé le compagne, riuscì a raggiungere il fiume, mischiandosi ad alcuni cavalli portati ad abbeverarsi. Pregò il dio Tiberino e avendo ben a mente l'esempio di Orazio Coclite, si gettò nelle fredde acque del Tevere in piena. Incitò le altre a non demordere, anche quando gli etruschi, accortosi della loro fuga, dall'argine le tempestarono di frecce.

Ma il Dio del Fiume aveva deciso di aiutare quelle fanciulle valorose. Esse raggiunsero indenni la riva opposta e si diressero a Roma. Ma se Clelia pensava di essere accolta con onore, si sbagliava di grosso. I consoli, i senatori e gli stessi familiari condannarono quell'impresa: era venuto meno il giuramento di Roma nei confronti di Porsenna.

La parola data era stata disattesa: vergogna e disonore si erano abbattuti sull'intero popolo romano. Gli Dèi, scontenti, non avrebbero più favorito i quiriti. Ben presto giunsero gli ambasciatori etruschi: Porsenna voleva indietro le fuggitive altrimenti la guerra sarebbe stata rinnovata. I consoli presero la decisione di scortare loro stessi Clelia e le altre al campo del lucumone. Quando Porsenna, pieno d'ira, alzò lo sguardo su Clelia, notò che ella era poco più di una ragazzina.

«Se fossi un soldato, ti aspetterebbe la morte per aver disonorato un giuramento. Ma tu non sei nemmeno ancora una donna. La tua giovane età trasforma la vergogna di una fuga in un atto di valore, persino superiore a quanto mostrato da Orazio e da Muzio.»

Porsenna donò un magnifico cavallo alla fanciulla. Le ordinò inoltre di prendere con sé dieci ostaggi e di riportarli in patria. Clelia liberò tutti i ragazzi, perché tra gli etruschi avrebbero avuto un'esistenza di umiliazioni rispetto alle compagne che si sarebbero invece integrate con più facilità. Stavolta Roma le tributò grandi onori, dedicandole una statua equestre lungo la via sacra che dal Foro conduceva al punto più alto della città. L'Urbe dava i natali non solo a uomini coraggiosi ma anche a donne intrepide e virili. La statua di Clelia lo avrebbe ricordato a tutti... per sempre.

A cura di Andrea Contorni

Note e bibliografia:
  • Il dipinto "La ninfa Egeria detta a Numa le leggi di Roma" è di Ulpiano Checa (1860-1916).
  • "Miti romani. Il racconto" di Licia Ferro e Maria Monteleone. Einaudi (2014).
  • "Ab Urbe condita (II, 13)" di Tito Livio. Edizione BUR (1982).

About Andrea Contorni

Fondatore e amministratore del portale culturale "Il Sapere Storico". Editor e curatore editoriale. Regista e pubblicitario televisivo.